"...L’obiettivo è stato quello di creare un lavoro artistico estremo, che non tenesse conto delle convenzioni (sia della poesia che della canzone) e che affrontasse alcuni importanti temi filosofico-esistenziali, senza paura di non piacere a un pubblico. Puri e liberi. Senza compromessi. Con la convinzione però che, trattandosi di temi che riguardano la nostra esistenza e quindi tutti noi, avrebbero bene o male incontrato il favore di molti, se non di tutti..." da Vi diremo le parole che non volete sentire

venerdì 11 novembre 2016

Vi diremo le parole che non volete sentire di Piero Olmeda

Vi diremo le parole che non volete sentire

alcune considerazioni sulla Canzonepoesia


Dalla recensione di rockit.it sull’album Canzonepoesia:

Forse però si potrebbe puntare a un compromesso, maggiormente orientato al cantautorato. La poesia dovrebbe cedere un po' della sua purezza, per lasciare più spazio all'orecchiabilità e alla cantabilità e per diventare più accessibile ai fruitori di canzoni.

Questa osservazione merita alcune considerazioni.

Non è poesia, non è canzone, è canzonepoesia. Così abbiamo detto delle “canzoni” che abbiamo cominciato a produrre dall’inizio del 2016. In questa affermazione c’è tutta la base concettuale del nostro lavoro. L’obiettivo è stato quello di creare un lavoro artistico estremo, che non tenesse conto delle convenzioni (sia della poesia che della canzone) e che affrontasse alcuni importanti temi filosofico-esistenziali, senza paura di non piacere a un pubblico. Puri e liberi. Senza compromessi. Con la convinzione però che, trattandosi di temi che riguardano la nostra esistenza e quindi tutti noi, avrebbero bene o male incontrato il favore di molti, se non di tutti.



I testi però non sono poesie. Prendiamo ad esempio La canzone che vive tre volte, ispirata alla poesia La prima sigaretta è la più dolce. Sono due composizioni sostanzialmente diverse. Come abbiamo già detto nell’articolo La grande avventura della canzonepoesia “Non possiamo semplicemente mettere in musica una poesia”. Quindi non abbiamo messo in musica quattro poesie, operazione che molti hanno già cercato di fare con risultati a volte interessanti, altre volte no.

Le canzonipoesie però non sono nemmeno canzoni. Pur seguendo spesso alcune convenzioni della canzone, tra cui l’inciso (e anche il doppio e il triplo inciso), è proprio nella parte “cantata” che la differenza è determinante. Una voce che passa continuamente dal recitato al cantato e viceversa, che alcuni considerano sostanzialmente un recitato con allungamenti delle vocali o altri artifici e altri un cantato che si accende o si spegne sulla parola recitata, può lasciare perplessi gli amanti del bel canto italiano, ma non ad esempio chi ha seguito l’opera di Serge Gainsbourg nella canzone o le operazioni di “poesia sonora” in senso lato degli anni ‘80, a cui il sottoscritto ha personalmente partecipato.

Non essendo canzoni andrebbero fruite in modo simile alle poesie, cioè ascoltate e riascoltate, per scoprire ogni volta nuovi significati. L’orecchiabilità spesso è legata all’abitudine, all’assuefazione ad uno standard compositivo ed è difficile all’inizio sovvertire i propri parametri legati ad anni e anni di ascolti.



In definitiva se un critico letterario dirà che non è una poesia e un critico musicale dirà che non è una canzone, non c’è problema. Noi siamo d’accordo. È un forma diversa, in via di costruzione, una ricerca che ci porterà verso qualcosa che non è ancora completamente definito.

La Sugar, la Sony Music o la Warner saranno interessate a questa operazione? Non lo sappiamo e nemmeno l’abbiamo chiesto. Per ora lavoriamo nell’ambito di una produzione indipendente al 100% (con tutte le ovvie limitazioni ma per le ragioni elencate sopra) che si rivolge non soltanto al pubblico della musica ma anche a quello della letteratura e dei reading di poesia.

Siamo una specie in via di estinzione? Non credo. Siamo degli artisti. Abbiamo qualcosa da dire. Cerchiamo di dirlo nel migliore dei modi, senza badare alle esigenze del mercato. Convinti però che la libertà artistica è un valore a cui non si può rinunciare. Solo così si può essere veri. A volte bastano alcune semplici parole di un ascoltatore che ci ha scritto che si commuove ogni volta che ascolta Oggi il futuro ti racconto per capire che siamo in qualche caso riusciti nella cosa più importante: trasmettere vere emozioni.


Dove acquistare le canzonipoesie:
Elenco di tutti i negozi online: iTunes, YouTube Music Key, Spotify, Amazon Music, Google Play, Rdio, Deezer, Groove, Rhapsody, eMusic, Simfy Africa, iHeartRadio, MixRadio, MediaNet, VerveLife, Tidal, Gracenote, Shazam, 7Digital, Juke, JB Hi-Fi, Slacker, Guvera, KKBox, Akazoo, Anghami, Spinlet, Neurotic Media, Yandex, Target Music, ClaroMusica, Zvooq, Saavn, NMusic, 8tracks, Q.Sic, Bandcamp

© 2016 Piero Olmeda - Tutti i diritti riservati
Vietata la riproduzione senza autorizzazione

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mercoledì 9 novembre 2016

Canzonepoesia - È uscita la canzone "Vado via" di Sandro Saccocci e Piero Olmeda

"Vado via" di Piero Olmeda e Sandro Saccocci

Vado via di P. Olmeda e S. Saccocci è in vendita su iTunes, AmazonGoogle Music e tutti i più importanti negozi online

"vado via, me ne vado
via, via, via, via...
dove le parole creano la vita
ci si lascia senza perdersi
si cambia senza morire
e l'amore è quello dei poeti"

I primi commenti:

"La musica è buona, la tua canzone è originale e durerà nel tempo, ne sono sicuro!!" H.S.
"Piacevolissimo ... Super" Nereo Luigi Dani, musicista, Conservatorio di Palermo, autore del famoso manuale di chitarra

Per altre informazioni e commenti vedere la pagina sull'album Canzonepoesia

Ora siamo presenti nella classifica EURO INDIE MUSIC CHART (TOP 20 - settimana 52 al posto n. 15)
Se volete votarci potete andare all'indirizzo https://goo.gl/QN3XLC, selezionare "altro" e scrivere "Sandro Saccocci & Piero Olmeda - Vado via" Grazie in anticipo!

Vado via

Vado via è la quarta canzone frutto della collaborazione tra il poeta Piero Olmeda (testo poetico) e l'artista/compositore Sandro Saccocci (musica e voce).

L'anteprima di una parte della canzone è stata pubblicata su YouTube con il video di un'incredibile discesa su Marte

Vado via

Potete anche ascoltarla su Spotify


 Una immagine delle prove dello spettacolo "Canzonepoesia" con Sandro Saccocci


Da oggi è disponibile per la distribuzione CANZONEPOESIA, uno spettacolo-concerto di musica e poesia. Per maggiori informazioni su costi e disponibilità scrivere a canzonepoesia@fastmail.fm o telefonare al numero 3470863080

SANDRO SACCOCCI
musica, voce e piano
PIERO OLMEDA
testi poetici e recitazione
MARCO STRANO
sax tenore e sax soprano

Sandro Saccocci ha al suo attivo molte mostre di arte contemporanea sia personali che in veste di organizzatore, è autore di canzoni e musica per piano ed è stato membro di vari gruppi musicali.
Piero Olmeda è stato un esponente della Computer Poetry negli anni '80 ed ha scritto libri di poesia, racconti, romanzi e prodotto numerosi spettacoli multimediali
Marco Strano ha collaborato come scenografo ad importanti produzioni teatrali; tale lavoro si è sviluppato in parallelo e in fusione con altre forme di espressione creativa, come la pittura figurativa e una lunga carriera concertistica con un’ampia produzione discografica.


Nota tecnica: le nuove canzoni di Saccocci-Olmeda sono state registrate in alta definizione a 24 bit 88.2 kHz con un sistema operativo linux realtime (vedere www.audio-linux.com ) e l'applicazione professionale Ardour (https://ardour.org). Le versioni a 24 bit non presentano alcuna forma di compressione e la dinamica della registrazione è quella reale. Le tracce inoltre sono state registrate al massimo livello consentito, ottenendo una distorsione molto bassa. Chi comprerà la canzone e volesse ascoltare la versione master a 24 bit, la può richiedere scrivendo all'indirizzo audiolinux@fastmail.fm allegando la ricevuta di acquisto.

Dove acquistare le canzonipoesie:

iTunes
Amazon
Google Music
Elenco di tutti i negozi online: iTunes, YouTube Music Key, Spotify, Amazon Music, Google Play, Rdio, Deezer, Groove, Rhapsody, eMusic, Simfy Africa, iHeartRadio, MixRadio, MediaNet, VerveLife, Tidal, Gracenote, Shazam, 7Digital, Juke, JB Hi-Fi, Slacker, Guvera, KKBox, Akazoo, Anghami, Spinlet, Neurotic Media, Yandex, Target Music, ClaroMusica, Zvooq, Saavn, NMusic, 8tracks, Q.Sic, Bandcamp

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Vado via


Vado via
Sono stanco, sono stanco
delle parole che non uccidono
dei baci che non gelano
delle farfalle che non muoiono

delle albe che non accecano
dei tramonti che non sprofondano
delle zanzare che non pungono
dell'acqua che non bagna

dell'amore che non finisce
dello schiaffo che non brucia
delle ombre che non ti stringono
che no, non ti abbracciano, no.

Sono stanco.
Di me, di te
della causalità, del fato
della vuota freccia del tempo
che ignara mi trapassa il cuore

Vado via, me ne vado
vado via, via, via, via...
nel fumo delle parole mi disperdo
nell'aria in frammenti mi disintegro

Vorrei, voglio
voglio sì, sì, sì, sì...
riunire i miei atomi, uno ad uno
rifarmi di nuovo, argento e vetro

nella luce 
di uno specchio vivo
come all'inizio,
puro e libero!

nella luce 
di uno specchio vivo
come all'inizio,
puro e libero! 

Vado dall'altra parte, via
vado via, via, via,via...
volo dove il mondo non gira
l'universo non si espande
il tempo si è fermato
e la vita non finisce mai, mai

vado via, me ne vado
via, via, via, via...
dove le parole creano la vita
ci si lascia senza perdersi
si cambia senza morire
e l'amore è quello dei poeti
vado via, dove il tempo
segue il ritmo del mio cuore

ci si lascia senza perdersi
si cambia senza morire
e l'amore è quello dei poeti



© 2016 Piero Olmeda - Tutti i diritti riservati
Vietata la riproduzione senza autorizzazione

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giovedì 25 agosto 2016

Canzonepoesia - L'album di Piero Olmeda e Sandro Saccocci



Recensione dell'album Canzonepoesia su rockit.it
"...La stesura dei testi, profondi e impegnati, è frutto di una ricerca artigianale del lessico e di una cura speciale nella scelta dei termini, operazioni piuttosto rare nelle canzoni contemporanee..."
"... Ci sono sigarette, amori, morte, vita e musica in "La canzone che vive tre volte", case, macchine, bambini e anziani in "Assassino senza colpa" e poi la lettera di un padre al figlio in "Oggi il futuro ti racconto”. Il risultato è intenso..."

Riportiamo anche i commenti di alcuni musicisti conosciuti e apprezzati che hanno ricevuto la canzone Oggi il futuro ti racconto in anteprima (poiché si tratta di email private abbiamo omesso i nomi completi): 
"Molto bella ....sono senza parole" A. S.
"Mi è piaciuto davvero molto. Brano intimo. Una bella "lettera" (si può dire?) profonda di significati. E trasmette davvero il senso di quanto si desidera trasmettere. L'accompagnamento strumentale è perfetto. Perfetto!!!! Molto raffinato e attento persino alla metrica. Mi è piaciuta davvero moltissimo" N. L. D. 

E inoltre
"original! a poetic voice" pjs47 su Jango radio


"Sì il sax è molto bravo così il pianista! Si sente della qualità se è questo che desideravi! Questo è senz'altro jazz!" R. B. 
"Che dire... è un brano suggestivo, testo e musica si sposano benissimo, credo la strada sia tracciata, continua così, complimenti" G. F.

Canzonepoesia

"Oggi è un'altra vita, figlio mio
la pelle calda e bagnata che ti brucia 
dell'impossibile possibile meraviglia
di essere, di essere, di esistere"

Un poeta e un compositore danno vita a una serie di canzoni dalla rara potenza emotiva nel panorama della musica italiana (con il magico sax d Marco Strano).
Per maggiori informazioni sulla canzonepoesia potete leggere l'articolo La grande avventura della canzonepoesia 



In vendita su iTunes, YouTube Music Key, Spotify, Amazon Music, Google Play, Rdio, Deezer, Groove, Rhapsody, eMusic, Simfy Africa, iHeartRadio, MixRadio, MediaNet, VerveLife, Tidal, Gracenote, Shazam, 7Digital, Juke, JB Hi-Fi, Slacker, Guvera, KKBox, Akazoo, Anghami, Spinlet, Neurotic Media, Yandex, Target Music, ClaroMusica, Zvooq, Saavn, NMusic, 8tracks, Q.Sic, ecc.



Sandro Saccocci

Ascolta ora su Spotify

10 Ottobre 2016 oltre 57000 play complessivi




Piero Olmeda su Spotify

Sandro Saccocci ha al suo attivo molte mostre di arte contemporanea sia personali che in veste di organizzatore, è autore di canzoni e musica per piano ed è stato membro di vari gruppi musicali.
Piero Olmeda è stato un esponente della Computer Poetry negli anni '80 ed ha scritto libri di poesia, racconti, romanzi e prodotto numerosi spettacoli multimediali.
Marco Strano ha collaborato come scenografo ad importanti produzioni teatrali; tale lavoro si è sviluppato in parallelo e in fusione con altre forme di espressione creativa, come la pittura figurativa e una lunga carriera concertistica con un’ampia produzione discografica.

Un appunto del grande Pino Donaggio su una canzone di Sandro Saccocci

I libri di Piero Olmeda sono in vendita su Amazon e altre librerie online.

Alcune delle canzoni dell'album sono state registrate nel formato 24 bit 88.2 kHz con il sistema operativo per l'audio professionale AudioLinux.

Audiolinux


© 2016 Piero Olmeda - Tutti i diritti riservati
Vietata la riproduzione senza autorizzazione

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martedì 14 giugno 2016

Cap. 17 "La prima di tutte le donne" di Piero Olmeda

17 - Una fontana di dolce e fresca acqua

I gabbiani sembravano stranamente interessati a quello che stava succedendo. Scendevano in picchiata dall’alto per planare appena sopra le loro teste e per la frazione di un secondo si poteva cogliere il lampo di quegli occhi che potevano vedere così lontano. Il bambino pensò alle scene di quei film nei quali qualcuno era morto lontano nel deserto e gli avvoltoi continuavano a girare in circolo come aerei in attesa dell’autorizzazione per l’atterraggio. I gabbiani però non si muovevano in cerchi, ma scendevano velocissimi verso il vecchio e poi risalivano con le ali che sbattevano furiosamente. Si chiese se, come esistevano gli avvoltoi che giravano sopra una morte imminente, c’erano anche i gabbiani che scendevano e salivano in attesa di una nascita. Si sorprese di quel pensiero incongruo, chiedendosi come poteva pensare qualcosa del genere di fronte ad un vecchio che non dava più segni di vita. Ma poi si ricordò di quella frase, morire per vivere, e una calma anormale lo pervase. La meraviglia di vivere gli salì dalla pancia come una fontana di dolce e fresca acqua.
Il vecchio tossì ripetutamente, sputò, mosse le braccia a caso intorno a sé, provò a parlare, ma dalla bocca uscirono solo dei suoni gutturali e senza senso. Mentre succedeva tutto questo, il bambino non poté fare a meno di pensare agli occhi di quella ragazza che conosceva, verdi come il mare prima di una tempesta, le schegge di colore dell’iride che riverberavano al Sole. Ricordò la maglietta di lei, leggermente trasparente, che lasciava intravedere i capezzoli. Fu il ricordo del profumo di lei però che lo fece ondeggiare, come se il mare fosse arrivato fin lì in un’onda imprevista e potente. Lo prese il panico e la vergogna, perché era lì per assistere il vecchio. Era questo? Questo voleva dire essere puri come angeli che volavano sul mondo?
Si riscosse quando il vecchio riuscì a pronunciare qualche parola: “Lasciami stare... lasciami morire... è arrivato il mio tempo... la fine... è certa... vai via!... non c’è niente da scoprire... il punto è stato scritto... adesso non c’è più niente... al di là del punto... cosa stai qui a guardare?... lasciami solo... tutti... soli... finito... la storia... scritta, l’ho scritta... vai... cerca l’inizio... la sorgente... la troverai?... dov’è? Ci sono infinite sorgenti... perso... perso...”
Il bambino si avvicinò a lui, lo abbracciò e gli disse nell’orecchio, così che potesse sentire forte e chiaro: “Su, andiamo, adesso ti porto a casa, così ti distendi e poi starai meglio.” Il vecchio scosse la testa per negare, ma poi si fece prendere sotto le ascelle e, con qualche difficoltà, riuscì ad alzarsi precariamente in piedi. Si diressero verso la casa molto lentamente, arrancando sulla sabbia ondulata. A volte il vecchio si fermava o accennava a lasciarsi andare giù, come se volesse adagiarsi sulla sabbia di nuovo, ma infine con difficoltà ce la fecero ad arrivare fino alla porta di casa. Di fronte all'uscio, il vecchio disse: “Chi abita qui?”
“Un uomo che non dovrebbe lasciarsi buttare giù.” disse il bambino sorridendo. Poi, sperando che il vecchio non cadesse, andò ad aprire la porta, che non era mai chiusa a chiave, la spalancò e disse, come se fosse il vero padrone di casa: “Entra, accomodati sul divano, questa è la sua casa.”


La prima di tutte le donne

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Cap. 16 "La prima di tutte le donne" di Piero Olmeda

16 - Diventavano tutti un po’ ciechi

L’estate ormai stava volgendo al termine. L’acqua era diventata meno limpida e calma, non lasciava intravedere il fondo, era sempre torbida e sporca, su di essa piccole onde si propagavano in tutte le direzioni a causa di un vento irrequieto. Anche il colore del cielo era diverso, meno luminoso, più cupo, come se la distanza dall’orizzonte si fosse contratta e il mondo dalle dimensioni infinite dell’estate si fosse rimpicciolito in una stanza chiusa con le finestre aperte. L’ombra della notte arrivava prima, ma anche durante il giorno la stessa ombra sembrava offuscare appena gli occhi. Con il passare del tempo, tutti stavano perdendo la vista, diventavano tutti un po’ ciechi.
Ormai il vecchio parlava a lungo con il bambino, ma quando quest’ultimo voleva che continuasse la sua storia, sviava il discorso o ammutoliva o diceva che doveva tornare a casa oppure che forse aveva sbagliato a iniziare. Il vecchio inoltre sembrava meno sicuro nei movimenti, sbagliava spesso direzione, perdeva il filo del discorso, sembrava guardarsi intorno, se questo era mai possibile per un cieco.
Finché arrivò il giorno in cui si sentì male. Era cominciato come al solito, il vecchio stava camminando con il bambino accanto verso il faro, quando improvvisamente si fermò, chinò la testa e si adagiò lentamente sulla sabbia, senza una parola. Il bambino non si era accorto di quello che stava succedendo e stava parlando al vuoto quando, d’un tratto, si accorse che non c’era nessuno vicino a lui. Si girò e lo vide lì, disteso, immobile. Corse verso di lui gridando “Che cos’hai? Che cos’hai? Stai male?” ma non ottenne nessuna risposta. Gli mise le mani sulle spalle scuotendolo. Non ci fu alcuna reazione. Si guardò attorno in cerca d’aiuto, prima verso il mare, dove si poteva vedere appena una barca sul ciglio dell’orizzonte, poi verso terra, sperando che suo padre stesse camminando o correndo tra le dune. Ma non c’era nessuno. Tutti erano impegnati nel loro personale percorso od erano fermi da qualche parte a pensare al percorso da fare. In preda al panico cercò assurdamente di trascinarlo verso casa, afferrandolo malamente sotto le ascelle e tirando con tutte le sue forze. Si fermò quasi subito, pensando che forse gli stava facendo male, che non ce l’avrebbe mai fatta. Nonostante fosse angosciato alla sola idea di lasciarlo lì, si mise allora a correre di qua e di là, gridando: “Aiuto! Un uomo sta male! C’è bisogno di di un medico!” 
Nessuno rispose. La spiaggia era completamente deserta. Ritornò accanto al vecchio, si inginocchiò e sussurrò: “Non sei morto, vero?” Gli mise le mani sul petto, cercò di sentire le pulsazioni del cuore, accostò l'orecchio alla bocca per sentire se stava respirando.
“Non puoi morire adesso, devi ancora raccontarmi la storia!”
Alzò gli occhi al cielo, sperando che qualcuno lassù lo sentisse e urlò: “Non farlo morire o, se è morto, fallo rivivere! Non è giusto che muoia adesso! Non è giusto! È vecchio, ma non ha ancora vissuto! È come un bambino, è come me, ha ancora tutto il futuro da vivere...”
Nessuno ovviamente rispose. Il rumore periodico delle onde era l'unico suono che scandiva il passare inesorabile del tempo. Non c'era nulla da fare. Era morto, ne era convinto. Se ne era andato. Ma dove?
Il bambino si guardò intorno alla ricerca del vecchio. Forse era il colore grigio del mare,  il soffio freddo del vento, la polvere bianca della sabbia, la polvere verso cui tutti ritornano.
Ma allora sentì il suono dei gabbiani...


La prima di tutte le donne

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giovedì 9 giugno 2016

Cap. 15 "La prima di tutte le donne" di Piero Olmeda

15 - Il mondo come l’avrei immaginato

“E di cosa parlate?” aggiunse il padre.
“Gli sto pian piano raccontando una storia.”
“Il suo prossimo libro?”
“No, si tratta di qualcosa di più di un libro. È una storia vera.” Ebbe un ripensamento e precisò: “O quasi.”
“Magari un giorno la racconta anche a me.”
“Sì, certo, va bene, a meno che non la sappia già.”
Per la seconda volta quel giorno il bambino vide che l’angolo destro della bocca gli si era piegato in quello che sembrava ancora l’accenno di un sorriso. O forse era semplicemente un piccolo tic della vecchiaia, una spasmo involontario di un muscolo della faccia.
Il padre a quel punto salutò e si diresse verso casa, raccomandando al bambino di non fare tardi per il pranzo. Appena il padre fu abbastanza distante da non poter essere sentito, il bambino disse: “Ma quello che mi stai raccontando è il tuo nuovo libro?”
“No, non scrivo più. Ho smesso, forse per sempre. Adesso voglio scrivere la vita.”
“Che cosa vuol dire?”
“Sento che è arrivato il momento. Doveva arrivare prima o poi. Devo tornare. Reimmergermi nel flusso Prima non ero pronto. Persino pensavo che non sarei mai stato pronto. Ora invece lo so. Lo devo fare. Sì, potrei morire, ma ne sarà sempre valsa la pena.”
Il bambino lo stava guardando con gli occhi sgranati, stupito dal fatto che si potesse morire per vivere. Il prete, quelle volte che suo padre l’accompagnava in chiesa, diceva sempre che tutti dobbiamo morire, lui l’aveva interpretato che si dovesse vivere per morire, non che per vivere veramente si dovesse prima morire. Il concetto gli fece venire un certo mal di testa, così ripartì alla carica dicendo: “Continuiamo la storia?”
“Sì, certo, facciamo la storia,” disse il vecchio e proseguì: “Cosa stavo dicendo... sì... dicevo che eravamo come angeli che volavano felici sul mondo... ma la nostra donna, ti ricordi? quella donna bellissima di cui ti stavo parlando, aveva la vita dentro di sé e, per quanto cercasse di neutralizzarla, non era in grado di trattenerla, non riusciva a fare a meno di bruciarla, una sigaretta dopo l’altra, un amore dopo l’altro...”
“Che cosa vuol dire? Non capisco.”
“Ehm... ebbe altri uomini, altre storie.”
“Anche se stava con il suo ragazzo?”
“Sì.”
“Mia mamma non è così!”
“...Immagino di no.”
“Perché lo faceva?”
“Te l’ho detto, ci sono cose che non si possono controllare. Puoi impedire ad un fiore di sbocciare, convincerlo a non farlo, usando la logica per dimostrare che sarebbe sbagliato? Puoi dire al Sole di non sorgere perché non vuoi più vedere il mondo sotto la sua luce impietosa? No, no, non si può. Mi ricordo, c’erano dei giorni che i suoi occhi erano così luminosi e tersi, di un azzurro così profondo e soffice. Mi faceva vedere il mondo come l’avrei immaginato...”
Su quelle ultime parole si fermò, forse accorgendosi che si stava ripetendo. Il bambino avrebbe voluto togliergli gli occhiali per vedere i suoi occhi. Mentre il silenzio si prolungava cominciò a pensare come avrebbe immaginato il mondo. La sola, semplice domanda lo cambiò. Si guardò intorno, smarrito.


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Cap. 14 "La prima di tutte le donne" di Piero Olmeda

14 - Quelle fiabe che non finiscono mai bene

Anche questa volta però il bambino lo interruppe: “Ormai sono diventato grande per le fiabe.”
“Questa non la leggerai su nessun libro. Diciamo che è una fiaba per adulti.”
“Esistono fiabe per adulti?”
“Sì, sì, sono quelle fiabe che non finiscono mai bene.”
“Perché, è finita male?”
“Certo, non ti ricordi, il protagonista diventerà cieco.”
“Chi decide il finale?”
“L’Autore. Quando il finale è scritto, non si può più cambiare.”
“Sei sicuro? E se non fosse il finale? In qualche serie TV a volte il protagonista muore, ma poi nella puntata successiva si scopre che non era vero.”
“No, non può essere...”
Il vecchio stava forse per dire qualcosa d’altro ma un piccolo rumore lo distrasse. Si girò verso l’entroterra e si accorse subito che qualcuno stava camminando sulla sabbia verso di loro. Anche il bambino si volse in quella direzione e vide suo padre che li stava raggiungendo con un passo fin troppo veloce. Avrebbe voluto scappare, ma non c’era alcun posto dove nascondersi. Restò lì immobile, tremando leggermente, ormai sicuro che quello che doveva succedere sarebbe successo, non aveva alcuna possibilità di cambiarne l’esito.
Suo padre si fermò a pochi passi dall’uomo e non disse niente. Restò fermo a guardarlo per alcuni lunghi interminabili secondi. Infine disse: “Io sono il padre.”
Dopo che le sue parole si dispersero nel vento, il bambino restò a bocca aperta perché gli parve che fosse una cosa troppo banale da dire.
Il vecchio gli porse la mano dicendo: “Piacere di conoscerla.”
Il braccio restò sospeso nell’aria per troppo tempo. Gli avrebbe stretto la mano? O gli avrebbe urlato contro di lasciare stare suo figlio? Avrebbe interrotto per sempre quegli incontri di ogni mattina? Avrebbe cambiato il corso degli eventi?
No, non fu così, ciò che era iniziato non poteva più essere interrotto. Dopo un attimo di esitazione, strinse la mano del vecchio, che si presentò dicendo: “Io sono nessuno. Io non sono nessuno.” Il bambino colse l’accenno di un sorriso all’angolo della bocca. Ma probabilmente era lui soltanto che poteva vederlo.
Così accadde che suo padre fu il primo a chiedere quello che nessuno fino ad allora aveva mai osato: “Come è capitato qui su questa spiaggia?”
“Volevo stare da solo.”
“Le posso chiedere il motivo?”
“Sono uno scrittore. Avevo bisogno di un posto tranquillo dove scrivere una storia.”
“Uno scrittore... ma ha già pubblicato dei libri?”
“Sì, tanti. E hanno avuto un certo successo. Non che fosse meritato... Ho scritto per anni quello che piaceva al pubblico, cioè delle divertenti sciocchezze, adesso invece voglio scrivere una storia per me stesso.”
“Capisco.”
Dopo quest’ultima parola seguì un silenzio prolungato, il bambino che guardava il vecchio a bocca aperta, sorpreso da quello che aveva appena detto.


La prima di tutte le donne

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Cap. 13 "La prima di tutte le donne" di Piero Olmeda

13 - La più triste delle più belle storie

Se ci fosse stato qualcuno a osservare quello che stava succedendo quel giorno sulla spiaggia, sarebbe stato perlomeno perplesso. Un bambino con gli occhi chiusi lanciava un pallone approssimativamente nella direzione di un vecchio con gli occhiali neri, a volte mancandolo completamente, a volte colpendolo in varie parti del corpo, la testa, una gamba, la pancia, la parte bassa del ventre. Dopo che aveva lanciato il pallone, il bambino apriva gli occhi, andava a raccoglierlo, lo portava correndo nelle mani del vecchio e ritornava nella sua posizione originale, richiudendo gli occhi. Nessuno dei due riusciva a catturare il pallone con le mani gli arrivava, a parte una volta che, per pura fortuna, il vecchio lo lanciò in modo che arrivasse esattamente nelle mani dell’altro. Come per un tacito accordo mai pronunciato, in quel momento il gioco finì, con il bambino che gridò “Ce l’ho fatta! Ce l’ho fatta!” e subito dopo corse verso l’acqua per tuffarsi nelle acque fresche del mare.
Quel giorno fu un giorno diverso da tutti gli altri, perché il vecchio, per la prima volta dopo tanto tempo, non andò verso il faro, ma continuò a camminare su e giù in quel tratto di spiaggia dove avevano giocato al pallone, irrequieto, come se improvvisamente non sapesse più dove andare.
Il bambino, quando uscì dall’acqua, si diresse direttamente verso di lui e disse: “Quella storia, non mi hai raccontato ancora niente. Perché sei stato così male quando ti ha detto... mi pare... che era caduta nelle tue braccia...?”
Il vecchio scosse la testa, come se volesse dire di no, o forse era un gesto di sconforto, perché si rendeva conto che non c’era proprio nulla da fare di fronte alla tenacia e alla testardaggine di un bambino, che avrebbe dovuto capitolare, sarebbe stato costretto a dire tutto, magari anche quello che aveva taciuto a se stesso. Forse capiva che nel momento in cui l’avrebbe detto sarebbe diventato reale di nuovo, il passato avrebbe riconquistato il presente come un’onda inarrestabile e così il futuro sarebbe cambiato per sempre. 
Sospirò, perché fu costretto ad accettare la realtà di quello che stava per dire, e con essa tutto il dolore che per anni aveva cercato di spegnere in quei cerchi senza fine che disegnava sulla spiaggia.
Con il tono di chi stesse per raccontare la più magica delle fiabe, il più importante di tutti i racconti, la più triste delle più belle storie mai raccontate, cominciò: “C’era una volta, una... terza volta in un paese lontano, al di là degli alberi, dove il mare si stende infinito fino oltre l’orizzonte, una donna bellissima, i cui lunghi capelli neri scendevano sulla morbida pelle delle spalle per arrivare fino sui fianchi. Stava insieme ad un uomo che l’amava intensamente, l’accudiva, le era fedele e non pensava a nessun’altra donna. Lei lo stimava, lo apprezzava, lo considerava l’uomo ideale che una donna potesse volere, però non l’amava. Erano altri tempi, quando la fiamma della vita ti ardeva dentro come un bambino che volesse uscire al più presto per camminare per le strade del mondo. Non c’era verso allora di fermarlo, sarebbe stato come dire al cuore fermati! o al respiro smettila! Semplicemente a quel tempo non era possibile fare a meno di essere se stessi. Eravamo giovani... diversi, puri, esseri di un altro pianeta che provavano sentimenti che ora è difficile comprendere interamente... forse, se ci incontrassimo adesso, non ci riconosceremmo...”


La prima di tutte le donne

© 2016 Piero Olmeda - Tutti i diritti riservati
Vietata la riproduzione senza autorizzazione

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mercoledì 8 giugno 2016

Cap. 12 "La prima di tutte le donne" di Piero Olmeda

12 - Contento di sentire il rumore del tempo che passa

Dapprima non vide nulla e non sentì alcun rumore. Le imposte erano chiuse e dall’esterno filtrava ben poca luce. Fece un passo avanti, un altro ancora. Si fermò quando sentì un rumore di vento che andava e veniva. 'Ma come poteva essere?' si chiese. Dentro una casa con le finestre chiuse non ci poteva essere del vento. Sentiva qualcosa scricchiolare e gli sembrava che lo facesse al ritmo del vento. D’un tratto però tutti i rumori cessarono e un brivido gli corse lungo la schiena. Si disse che doveva essere forte. Si ricordò di qualcuno che aveva scritto: è facile per i forti essere forti.
La voce esplose nel silenzio, sonora come una raffica di grandine, dolorosa sulla faccia: “Che cosa fai qui? Che cosa vuoi?”
Colto alla sprovvista, non seppe rispondere se non con qualche suono inarticolato dalla bocca. Poi fece un passo indietro ed anche lui esclamò: “Che cosa fai? Che cosa fai qui?”
“Ah, Ah, tu lo chiedi, che sei in casa mia! Perché non ritorni da tuo padre?”
“No... io... volevo dire... che cosa fai da solo seduto al buio?”
“Già, che faccio, bene, ecco: penso. È la cosa che faccio meglio. Pensare. Guardare. Il mondo che scorre intorno a me. Senza entrare nel flusso. Dall’alto. Da sotto. Dal di fuori.”
“Ma non sei morto?”
“Ti sembro morto!? Sono fin troppo vivo, è per quello che non posso uscire. Di colpo mi sento un po’ più vivo. Non voglio essere vivo... voglio tornare a essere come ero prima.”
“E come eri prima?”
“Lontano. Distaccato. Non felice, che quello è impossibile, ma quieto, contento di sentire il rumore del tempo che passa...”
“Non sei stato contento di avermi conosciuto?”
Questa volta il vecchio non rispose subito, esitò, chiedendosi forse che cosa poteva dire e che cosa non dire, quale lingua doveva usare per farsi comprendere. Sorprendentemente disse:
“Hai ragione, forse sono morto, o meglio ero morto, perché mi stavo muovendo in cerchio, senza mai cambiare, senza mai partire per la tangente. Hai ragione. Anche adesso però, mi basta guardare il muro che ho davanti.”
Il bambino fece un passo avanti, seguito da un altro passo, prese il vecchio per il braccio e disse: “Perché non andiamo fuori a giocare con il pallone?”
“...Il pallone?”
“Sì.”
Provò a ridere, ma siccome non lo faceva da tanto tempo, gli uscì dalla bocca una serie di suoni gracchianti e stonati.
“Non ti ricordi? Io sono cieco!”
“Va bene, allora gioco con gli occhi chiusi. Così siamo pari.”
Questa volta rise con più convinzione e il suono che ne uscì fu un attimo più melodioso. Dopo un serie di borbottii si alzò a fatica, si voltò verso la porta, disse: “Vieni con me. Attento a non sbattere contro i mobili.” Detto questo, per una strana ironia della vita, lui, cieco, accompagnò il bambino, che vedeva, verso la porta, l’aprì, lo condusse verso quella parte della spiaggia vicino al mare dove la sabbia era più dura e disse: “E il pallone?”


La prima di tutte le donne

© 2016 Piero Olmeda - Tutti i diritti riservati
Vietata la riproduzione senza autorizzazione

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